Capire il Marketing di Red Bull ti mette le aaali

“La gente non ne apprezzava il gusto, il logo e neppure il nome.

Ma nemmeno questo riuscì a fermarmi!”

– cit. Dietrich Mateschitz

Dietrich Mateschitz è il brillante quanto caparbio imprenditore austriaco che nel 1984 fondò la Red Bull GmbH, azienda che in appena 15 anni sarebbe diventata leader mondiale nel settore degli energy drink.

Ma come? Lo stesso Mateschitz ha ammesso che alla gente non piaceva proprio nulla della Red Bull…

Come ha fatto dunque a raggiungere questi risultati senza precedenti?

Bella domanda. Siamo qui per questo!

Posizionamento perfetto

È vero che Red Bull, come prodotto in sé e per sé, ai primissimi che lo assaggiarono ben prima dell’arrivo sul mercato, fece praticamente schifo.

Quel retrogusto di sciroppo per la tosse, ma anche il colore fin troppo simile all’urina che, complice il logo e il nome, mise ben presto in mente ai primi assaggiatori che quell’energy drink fosse una sorta di estratto di pipì di toro.

Non esattamente delle fondamenta solide da cui partire, bisogna ammetterlo.

Ed è qui che entra in gioco la visione imprenditoriale di Mateschitz.

Ebbene sì, perché l’austriaco aveva in mente di mettere sul mercato un brand più che un prodotto e la sua idea di Red Bull era chiarissima:

  1. Costruire brand awareness su larga, larghissima scala.
  2. Dare un posizionamento di mercato chiaro e comprensibile a tutti del brand Red Bull.
  3. Non portare il prodotto ai clienti, ma fare in modo che siano i clienti ad essere portati al prodotto.

Riflettiamo insieme, anche se non sei un assiduo bevitore di Red Bull…

Qualora tu dovessi guidare per tutta la notte, non avresti dubbi e sarebbe una Red Bull che andresti a cercare.

Qualora tu avessi un importantissimo esame fra due giorni e ancora un sacco di appunti da studiare, sarebbe una Red Bull che andresti a cercare.

Qualora tu stia andando in discoteca e non vuoi rischiare di iniziare a sbadigliare in pista, sarebbe una Red Bull (o un cocktail che la contenga) che andresti a cercare.

Ecco, questo è il frutto di un lavoro meticoloso e quasi chirurgico che Red Bull è riuscita a fare per un posizionamento non solo chiaro e distintivo, ma funzionale… e non sono solo parole!

Red Bull è effettivamente l’energy drink di riferimento e questo non sarebbe stato possibile con la sola comunicazione e il solo marketing, per quanto fatti al meglio: Red Bull funziona, tiene svegli e nonostante il sapore, è incredibilmente iconica nell’aspetto e nel gusto.

Il Marketing di Red Bull nello sport

Seguendo la logica di posizionamento di mercato, brand awareness e branding vero e proprio che abbiamo analizzato sin qui, Red Bull ha deciso di puntare molto (anche economicamente) sullo sport.

Non particolarmente sugli sport “tradizionali” che pure sono i più seguiti e quindi teoricamente la migliore vetrina per il proprio brand; Red Bull ha bensì puntato tutto sugli sport estremi.

Così assistiamo ad una presenza massiccia e ormai ritenuta normale e naturale del brand Red Bull in gare di rally spericolate, in campionati di tuffi da altezze folli e, ciliegina sulla torta, persino sul salto nel vuoto da record di Felix Baumgartner che si paracadutò dalla stratosfera nel 2012 raggiungendo, in caduta, i 1342 km/h.

Insomma, Red Bull non vuole abbinare nella mente della gente il proprio brand a sport “sobri” o “noiosi”, ma vuole sia chiaro che Red Bull è un vero e proprio stile di vita. Uno stile di vita in cui non esiste limite che non possa essere superato, perché ad aiutarci, a metterci le aaali, c’è l’iconica lattina Red Bull.

Scomodiamo anche Pareto

Il principio di Pareto è riassumibile con quattro cifre e un simbolo: 80/20.

Molte sono le applicazioni e le declinazioni di questo principio, a seconda dei contesti e dei casi di applicazione ovviamente, ma in questo preciso scenario Red Bull ha applicato il principio di Pareto per orientare la semplificazione della propria product offering: il 20% di ciò che si fa genera l’80% dei risultati complessivi.

Ecco, quindi Red Bull ha deciso di investire tempo e denaro per capire cosa rientrasse in quel 20% e cosa no, così da tagliare via il superfluo e rimanere concentrati sul 20% che realmente conta e fa la differenza.

Red Bull, in sintesi, ha deciso di produrre soltanto Red Bull.

Che questo possa suonare come scontato, lo sappiamo bene… ma basta pensare a Coca-Cola che produce un mondo di bevande, dalla Fanta alla Sprite, passando per l’Acqua Lilia.

Ricorrere all’unconventional

Quando Red Bull deve fare ingresso in un nuovo mercato, geograficamente parlando, ricorre sempre a strategie un po’ sui generis che però hanno mostrato la loro efficacia più e più volte.

Red Bull, infatti, nel nuovo luogo dove intende arrivare ci manda dei Customer Educators.

Sì, dei formatori all’utilizzo del prodotto spediti nei luoghi in cui prolifera il target giovane di riferimento. Ed ecco che gruppi di Customer Educators con enormi zaini a forma di lattina di Red Bull prendono la scena in parchi pubblici, spiagge affollate e zone universitarie.

Qualche campione omaggio di Red Bull, ovviamente, ma non solo, perché assieme alla lattina c’è anche un bugiardino, un vero e proprio foglietto illustrativo che racconta Red Bull e sfata alcuni dei più classici miti attorno alla bevanda.

Ma l’unconventional non si ferma certo qui e infatti Red Bull ha messo in campo strategie ed eventi davvero di ogni tipo, anche in Italia! Basti pensare all’Open Sea Republic, mega party musicale del 2019 durato 2 giorni per fare andata e ritorno in crociera da Olbia a Genova accompagnati da dj set e live appassionanti.

Unconventional ma non  solo, ovviamente. Tanto lo ha fatto affiancare alle strategia non convenzionali un tone of voice, un modo di parlare, di esprimere e di comunicare, iconico e incredibilmente riconoscibile. Anche qui, va detto, risiede il successo di Red Bull.

Praticamente una Media Company

Red Bull si è evoluta nel tempo sempre più in ottica “pull” per attirare i consumatori, contrariamente all’approccio “push” in cui si spinge letteralmente il prodotto verso il target.

Questa evoluzione ha portato Red Bull a trasformarsi, seppur in parte, in una vera e propria media company nel 2007 quando è stata ufficialmente fondata la Red Bull Media House che gestisce il magazine The Red Bulletin, l’emittente Red Bull Tv, l’etichetta discografica Red Bull Records, innumerevoli app, e chi più ne ha più ne metta e tutto sempre concentrandosi sul Red Bull life-style e sugli sport e sulle imprese estreme ed elettrizzanti.

Red Bull ti mette le aaali e questo non vuole essere un banale slogan, ma lo si deve percepire a pelle avendo a che fare con il brand.

Non è un caso se andando sul sito di Red Bull Italia ci si ritrova in una sorta di magazine online che spazia dalla sezione adventure in cui sono raccolti i brividi di chi affronta le cascate in kayak o si avventura su pendii rocciosi altissimi, l’area dedicata alle emozioni forti di chi scala pareti di roccia o si precipita giù dalle cascate a bordo di un kayak, alla sezione sportiva più a 360 gradi, proprio come fosse una sorta di Gazzetta dello Sport innovativa, moderna e giovane con contenuti fatti bene, interessantissimi e utili agli appassionati che trovano nel sito Red Bull un punto di riferimento.

Conclusione

Spero che questo articolo ti sia piaciuto e ti sia stato utile capire un po’ meglio cosa c’è dietro il brand Red Bull e al suo stile di comunicazione e di marketing; se è così continua a seguirci!

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In questo articolo ti ho parlato di Red Bull, del suo marketing e della sua comunicazione unconventional.

Comprendi e sfrutta il digital marketing.

Oppure rimani succube del suo potere e accettane le conseguenze.

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