Hanno senso i gruppi di Engagement?

Brutta bestia, l’invidia. È dai tempi della Bibbia che ce lo dicono.

Ti dici che tu no, figuriamoci, l’invidia non ti tocca.

Poi apri un profilo Instagram. E sei fregato.
(Eventualmente puoi leggere l’introduzione che segue dopo aver visto il piccolo film italiano del 2019 dal titolo Likemeback).

Instagram e i gruppi di engagement

Perché stare su Instagram può generare un sentimento di invidia. Quanti viaggi meravigliosi, quante colazioni succulente, quanti fisici perfetti, che colori vividi.

Ma la sfumatura dell’invidia dalla quale prende il via il mio discorso è più sottile. Più “tecnica”, diciamo: è quella per l’engagement altrui. Perché… tutti vogliamo “ingaggiare”, c’è poco da fare.

Hai aperto il profilo di cui sopra. Pubblichi il tuo piano editoriale, curi le relazioni con i follower, costruisci stories intriganti, fai sondaggi, lavori sulla coerenza del feed, aggiorni il profilo perché sia massimamente efficace… insomma: ci lavori bene.

Poi ti guardi un po’ in giro, e scopri improvvisamente quel profilo “piccolo” – avrà sì e no una quarantina di post – che però sotto ogni immagine ha centinaia di commenti.

Non serve che chiami in causa qualche astrusa forma di ingiustizia divina: si tratta dell’effetto di un gruppo di engagement.

Cos’è il gruppo di engagement?

Il gruppo di engagement è una forma contemporanea e digitale del “se non ci aiutiamo tra noi”.

Si tratta di una chat dove i profili partecipanti si supportano reciprocamente. Il supporto si fa a suon di like e commenti.

Tutto nasce dal desiderio (e dalla possibilità tecnica) di dare una spinta ai propri post, e quindi alla propria visibilità.

Questo perché l’algoritmo di Instagram premia i post con maggior engagement, rendendoli più visibili. Funziona anche per gli hashtag: se un post finisce tra i risultati popolari per un certo hashtag, la sua visibilità è moltiplicata.

All’inizio c’era il DM

Direct Message, cioè. I gruppi di engagement sfruttavano il canale del messaggio privato (la chat interna di Instagram), il cui numero dei partecipanti era bloccato a 15.

Ecco che i profili si iscrivevano a più gruppi, al fine di dare spinte davvero poderose ai propri post.

Quando il lavoro sui DM è diventato troppo complesso, si è iniziato a portare fuori le chat, verso Whatsapp e Telegram, e BOOM: i gruppi ora hanno migliaia di membri.

Il che corrisponde a centinaia di like e commenti.

Le regole (più o meno scritte) sono rimaste le stesse, e possiamo riassumerle in questa frase:

  • Il gruppo di engagement è uno scambio, quindi ricordati di interagire a tua volta, altrimenti sei fuori.

Eppure…

A questo punto, quando sei dentro la macchina del commento “da scambiare”, il tuo non sarà più un apprezzamento dettato da vera stima, ma si tratterà di un compitino da svolgere, possibilmente il più in fretta possibile.

Ti porto un esempio preso dal mondo dei blog, dove il concetto del gruppo di engagement esiste… altroché se esiste. Ci si scambiano commenti, creduti “moneta forte” nel gioco del ranking di Google.

Per il blog di viaggi che ho in comproprietà con la mia compagna ho scritto la relazione di una salita a una cima dolomitica considerata minore (il Monte Popera, sulle Dolomiti di Sesto).

Ne è venuto fuori un racconto emozionale più che un resoconto tecnico, ma nel quale ero comunque certo di aver infuso i punti chiave: gran fatica, un po’ di pericolo, psicologicamente provante, meglio avere abitudine alla montagna selvaggia.

Decidiamo di sperimentare con un gruppo di blogger misto (quindi in buona parte non interessati alla nostra nicchia), questo gioco dei commenti.

Risultato? Il mio articolo si riempie di commenti semplici, banali, che non rispondono ad una effettiva lettura del post. “Anche a me piace la montagna”, era il tono medio, “mi segno questa passeggiata.”

“Passeggiata un corno”, pensa il Davide alla undicesima ora di cammino.

Nel gruppo di engagement funziona allora stesso modo, ma non solo. Il segreto di un ricco seguito di follower sta nelle relazioni.

Per fare relazione, devi esporti: prenderti il tempo di esplorare nuovi profili, commentare con sincerità, costruire rapporti. E se passi il tempo a commentare sempre lo stesso giro di profili, come fai ad espanderti?

Gruppo di engagement sì o no?

La risposta è, come sempre, nì.

Ricorrere ai gruppi di engagement per dare una spinta al proprio feed è una tecnica che possiamo considerare al limite della legalità.

Per prendere in prestito il linguaggio di chi fa SEO: non è black hat, ma nemmeno white hat. È gray!

Certo, la puoi usare una tantum per spingere la tua presenza su un certo hashtag, o la visibilità generale del tuo feed. Ma devi sapere che se ne abusi verrai segnato a vita (social).

Il gruppo di engagement non è visto di buon occhio dalla maggior parte delle entità alle quale potresti mettere a disposizione la tua abilità di SMM, anzi: potrebbe essere visto come un modo di aggirare la costanza richiesta da uno sviluppo organico del feed, sacrificata sull’altare del successo social.

Quello che perdi l’hai capito:

  • Follower organici che ti stimano davvero
  • Possibilità di scoprire e tessere relazioni con profili interessanti
  • Spontaneità del feed
  • Possibilità di collaborare con agenzie e aziende
  • Tempo

Pensaci due volte.

Conclusioni

Spero che questo articolo ti sia piaciuto e ti sia stato utile per capire cosa sono e se fanno al caso tuo i gruppi di engagement.

Ricordati che se vuoi comprendere e sfruttare il digital marketing puoi seguire Digital flow su Instagram, dove pubblichiamo contenuti utili per chi vuole conoscere meglio questo mondo.

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In questo articolo abbiamo parlato dei gruppi di engagement, per questo contenuto é tutto, a presto e ricorda…

Comprendi e sfrutta il digital marketing. Oppure rimani succube del suo potere e accettane le conseguenze.

 

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