Il metodo Schramm per una comunicazione efficace

Oggi ti parlo di uno strumento imprescindibile per chiunque si occupi di comunicazione.

Più che uno strumento è in verità un modello, un modello messo nero su bianco da Wilbur Schramm agli inizi del Novecento che non dà linee guida su come comunicare le cose, ma illustra e spiega la realtà per prenderne consapevolezza e agire di conseguenza.

Se ignori le dinamiche di questo modello non riuscirai mai a comunicare al meglio.

Ma prima di tutto, chi era Wilbur Schramm?

Chi era Wilbur Schramm

“American scholar of mass communications who played an important role in founding and shaping the discipline of communication studies.”

Così Britannica definisce Wilbur Schramm, come uno studioso americano di comunicazione di massa che ha avuto un ruolo fondamentale nel forgiare la disciplina stessa degli studi sulla comunicazione.

Schramm crea il suo modello partendo da un modello a lui precedente detto “modello matematico-informazionale” che era un po’ il punto di riferimento dell’epoca. Lui lo esamina a fondo e decide di integrarlo.

Un’integrazione per nulla fine a se stessa ma ben ponderata.

Schramm studia il mondo della comunicazione attorno a sé e comprende come di tutti i modelli comunicativi fin lì esistenti, compreso il matematico-informazionale, non tenessero affatto condo della dimensione soggettiva della comunicazione, come anche della dimensione contestuale e particolare dello scambio comunicativo.

Capire il Modello di Schramm è quindi imperativo al giorno d’oggi, perché ci aiuta a comprendere a fondo quello che avviene inconsciamente ogni volta che comunichiamo, che sia durante una conferenza a centinaia di persone sedute in platea o ad un appuntamento romantico fra due persone, che sia nella vita reale oppure online.

Cosa dice il Modello di Schramm

Schramm parte proprio da qui. È convinto che la comunicazione abbia innanzitutto due capi: una fonte che emette la comunicazione e una destinazione a cui la comunicazione è rivolta. L’oggetto della comunicazione è detto “segnale” o “messaggio” e fin qui sembra tutto lineare, giusto?

Ma in realtà c’è di più…

Se sono in vacanza a Londra e devo chiedere dov’è la stazione metro ad un passante, io sarò la fonte del messaggio comunicativo “Dove’è la stazione metro?” e il mio destinatario sarà una persona del posto.

Potrei emettere il mio messaggio proprio così come lo penso nella mia testa e chiedere ad un londinese “Dov’è la stazione metro?” in italiano, ma difficilmente il mio messaggio comunicativo riuscirà ad arrivare al mittente: io lo emetto ma il destinatario non lo riceve. Perché?

Perché non ho utilizzato una corretta codifica per il mio messaggio comunicativo.

Se pongo la stessa domanda codificando il mio messaggio in lingua inglese avrò probabilmente più fortuna perché il destinatario saprà decodificarlo, comprenderlo e allora la comunicazione sarà andata effettivamente a buon fine.

Ma Schramm non è soddisfatto da questo modello perché sente che ancora qualcosa sfugge e non viene presa in debita considerazione.

Riprendiamo il nostro esempio di prima. Quello che ti vede perso nella fitta capitale inglese, alla disperata ricerca di una stazione metro.

Perché hai dovuto scegliere proprio l’inglese come codifica del tuo messaggio comunicativo?

Esatto, perché sia tu che il passante a cui hai chiesto indicazioni avevate quella lingua in comune anche se lui è magari madre lingua e tu mastichi appena l’inglese, era l’unica lingua che – in parte – condividevate. L’unico codice comunicativo a cui attingere.

Tutto questo si chiama campo di esperienza ed è qualcosa che i modelli precedenti a quello di Schramm non davano particolare rilevanza.

Il campo di esperienza è sempre soggettivo. Ognuno di noi ha un suo personalissimo campo di esperienza che si costruisce giorno dopo giorno nel corso di tutta la vita. In questo preciso istante, mentre mi leggi, il tuo campo di esperienza sta aumentando sui temi della comunicazione, ad esempio.

La cosa da tenere a mente, però, è che non è il campo di esperienza che abbiamo noi a contare e, se vogliamo, neppure quello del nostro destinatario conta. Ciò che conta è il campo di esperienza che abbiamo in comune.

È solo quello di cui un buon comunicatore deve preoccuparsi.

Posso spiegare ad un bambino cos’è il DNA? Sì, ma per farlo devo utilizzare una comunicazione che attinge al campo di esperienza che io adulto condivido con il bambino: posso ad esempio usare la metafora della forma ad elica come l’avesse lasciata la scia di un elicottero.

I concetti di scia, di elica e di elicottero sono tutti presenti sia nel mio campo di esperienza di adulto che in quello del bambino ed è per questo che il messaggio comunicativo arriverà a destinazione!

Cosa impariamo dal Modello di Schramm

Il Modello di Schramm sembra illustrare l’ovvio, ma evidentemente così ovvio non era se non ci aveva pensato nessuno prima di lui…

Il punto è però un altro. Avere piena consapevolezza del modello comunicativo in cui siamo volenti o nolenti immersi, ci consente di assumere un controllo maggiore su come comunichiamo e su quello che comunichiamo, a prescindere dal contesto.

La prima domanda che devi porti è sempre quella: chi è il mio destinatario?

Uno studente? Un trentenne? Un neo-genitore? Un metalmeccanico?

Quale sarà il suo campo d’esperienza e in che punto combacia con il mio?

Devo parlare con parole chiare e semplici o posso usare tecnicismi, inglesismi e slang giovane?

Come devo dire quello che voglio dire affinché possa essere decodificato e capito al meglio?

Come dicevo in apertura, questo modello non dà soluzioni o linee guida, ma fotografa una realtà che è così da sempre e che non possiamo ignorare.

In conclusione

Prendiamo un’ultima volta l’esprimo di prima. Cosa succede dopo che sei riuscito a chiedere al passante londinese dove si trova la stazione metro più vicina?

Lui ti risponderà e, nel farlo, terrà in considerazione il vostro campo di esperienza comune. Vuol dire che parlerà inglese ma più lentamente, vorrà dire che nel darti le indicazioni non farà riferimento a vie e luoghi che solo un londinese saprebbe riconoscere. Adatterà il suo messaggio comunicativo a te, al vostro campo di esperienza comune.

È questo il definitivo passo avanti di Schramm che trasforma il suo modello da un modello lineare ad un modello circolare.

Spero che questo articolo ti sia piaciuto e ti sia stato utile per capire tutto quello che c’è dietro alla sfera della comunicazione.

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