L’esperimento di Zimbardo

Retroterra concettuale

Philip George Zimbardo (1933) è uno psicologo statunitense.

A lui si deve l’elaborazione di teorie e studi che evidenziano quanto il contesto può influenzare la personalità umana.

Tra gli ambiti indagati da Zimbardo, quello carcerario lo interessa da sempre enormemente.

Egli è contrario alla comune e, in un certo senso, facile convinzione che i comportamenti sadici delle guardie e quelli sottomessi dei carcerati siano riconducibili alle innate indoli di ogni singolo individuo.

Egli, piuttosto, suppone che sia l’istituzione carceraria in sé a imporre, in maniera inconscia, uno stile di atteggiamento.

Sin dall’inizio delle proprie analisi, Zimbardo credeva in questa tesi di fondo:

Una situazione cattiva e malvagia è in grado di condizionare, piegare e rovinare una personalità positiva e retta.

Ma in che modo lo psicologo fu in grado di confermare tale teoria?

Trovò la risposta quando, nel 1971, approntò un esperimento che sarebbe passato alla storia e che, successivamente, avrebbe preso addirittura il suo nome:

L’esperimento carcerario di Stanford.

(Philip George Zimbardo)

Realizzazione

Durante l’estate del 1971, Zimbardo e la sua equipe affissero presso l’Università di Stanford (Palo Alto) un annuncio, in cui si richiedeva la partecipazione di 24 candidati ad un generico “esperimento per lo studio sulla vita in prigione”, per il quale si assicurava un compenso di 15 dollari giornalieri.

Tra tutte le candidature pervenute, Zimbardo selezionò, attraverso un accurato questionario, dei maschi bianchi, appartenenti alla middle-class e che non presentassero profili devianti della personalità.

Insomma, i 24 erano i classici “bravi ragazzi”, studiosi (trattandosi di universitari, si presupponeva un livello d’istruzione sopra la media) e privi di turbe psichiche.

Zimbardo spiegò dettagliatamente a tutti di cosa si trattava e suddivise i candidati casualmente ed equamente in due gruppi:

Prigionieri e guardie.

Durante l’esperimento, i primi avrebbero vissuto in un carcere fedelmente riprodotto nel seminterrato dell’Università e sarebbero stati soggetti agli altri 12, che avrebbero assolto a funzioni di ordine e controllo.

C’era una sola regola: non sarebbero state ammesse vessazioni fisiche.

Cosa sarebbe potuto andare storto?

Del resto, si trattava solo di una partita a Guardie e Ladri un po’ più articolata.

Ma presto, le cose sarebbero cominciate a precipitare.

Molto prima di quanto si sarebbe potuto supporre.

Immedesimazione nei ruoli

Per la riuscita dell’esperimento era cruciale che tutti i 24 personaggi si calassero nella parte.

La “messinscena” (virgolettato non usato a sproposito) iniziò quando i 12 prigionieri, tra lo sgomento delle famiglie, vennero letteralmente arrestati e scortati fuori dalle loro case.

Zimbardo, nel frattempo, tranquillizzava tutti, ricordando spesso che si trattava di un semplice esperimento e che nulla sarebbe potuto andare storto.

Una volta in carcere, i prigionieri vennero identificati, schedati, spogliati, disinfettati, rivestiti con delle uniformi e dotati di numeri di riconoscimento (che da quel momento sarebbero stati utilizzati in luogo dei nomi).

Al piede, per tutta la durata dell’esperimento, i prigionieri indossarono una pesante catena chiusa con un lucchetto.

Dal canto loro, anche le guardie vestirono delle divise beige tipiche e degli ampi occhiali da sole.

Si era appena consumato un primo stereotipo carcerario:

I membri dei rispettivi gruppi venivano identificati in base al loro abbigliamento.

(prigionieri durante l’appello. Si notino le cuffie che questi portavano in testa; servivano a simulare le rasature che nelle carceri omologano e rendono tutti uguali)

A questo punto a mancare era solo la caratterizzazione dei protagonisti.

Zimbardo spiegò ai 24 che, per il corretto esito dell’esperimento, sarebbe stato necessario che ognuno interpretasse al meglio la parte assegnata.

All’inizio, tanto le guardie quanto i carcerati mostrarono titubanza e impaccio naturali.

Nessuno prendeva davvero sul serio la situazione, nessuno si era ancora calato in quella “messinscena”.

Ma fu necessario davvero poco (qualche ora) e tutti iniziarono la propria magistrale interpretazione.

E quello che a loro, almeno inconsciamente, sembrò essere mero teatro, ben presto si sarebbe dimostrato in tutta la propria brutale concretezza.

Trasformazione

Secondo te, quanto può impiegare un individuo a smarrire completamente la propria personalità?

Una settimana? Dieci giorni? Un mese? Anni?

Zimbardo ci dimostra che, col dovuto contesto, basta molto di meno.

Già la mattina del secondo giorno scoppiò una rivolta.

I prigionieri, infatti, già esasperati dalle vessazioni imposte dalle guardie (comportamenti duri, obbligo di esercizi fisici, pressioni psicologiche…), decisero di barricarsi in cella, strappandosi dalle uniformi i numeri identificativi.

Da quel momento la situazione iniziò a degenerare:

Le guardie fecero irruzione utilizzando degli estintori, denudarono i carcerati e li privarono delle brandine per dormire.

Senza che nessuno suggerisse loro nulla, decisero di allestire una cella con maggiori comfort e di concederla ai prigionieri che non avevano preso parte attiva alla rivolta.

Ma, dopo mezza giornata, le guardie stupirono tutti:

Prelevarono dalla cella privilegiata i prigionieri che si erano comportati bene e, senza un apparente motivo, li sostituirono con altri che, invece, avevano fomentato la rivolta.

Perché quella contraddizione?

No, non avevano commesso alcun errore.

Si trattava di un procedimento psicologico attentamente studiato.

Dividi et Impera

Il tentativo di rivolta aveva testimoniato una cosa chiara:

I prigionieri si erano organizzati e avevano fatto fronte comune contro i loro aguzzini.

Questo significava che tra di loro scorreva un sentimento di coesione, il quale, dal punto di vista delle guardie, costituiva un pericolo non da poco;

La complicità è nemica del controllo e un gruppo unito e difficilmente soggiogabile.

Fu per questo che le guardie decisero di adottare la soluzione del Dividi et Impera:

Spezzare la solidarietà tra prigionieri in modo tale da controllarli meglio.

Se già la costituzione della cella privilegiata aveva spinto i rivoltosi a guardare in malo modo i prigionieri che ne stavano usufruendo, la situazione si fece quantomeno confusa quando le guardie decisero di levare i carcerati “buoni” dalla cella privilegiata, inserendovi i “cattivi”.

Perché era accaduto ciò?

Forse perché i nuovi “privilegiati” avevano un qualche genere di connivenza con le guardie e queste avevano voluto premiarli?

Forse erano le loro spie?

Tutti dubbi che minarono la fiducia e la solidarietà tra i prigionieri.

A partire da quel momento, inoltre, i prigionieri cominciarono a percepire le guardie come veri e propri dittatori, sempre pronti a soggiogarli, mentre queste, dal canto loro, si sentirono rafforzate dal loro nuovo ruolo di persecutori e intensificarono le pratiche violente e sadiche.

Deumanizzazione

Deumanizzaresignifica negare l’umanità di un individuo, pensandolo, piuttosto, come un animale o un oggetto privo di virtù e assoggettandolo a comportamenti barbari.

Fu questo l’ulteriore step che le guardie misero in atto.

(prigionieri bendati durante un trasferimento)

Averli denudati non bastò più;

Decisero anche di impedirgli di andare in bagno, consentendo loro di espletare i propri bisogni all’interno di secchi.

In realtà, ai prigionieri era permesso di andare alla toilette…

Ma non per quel che comunemente ci si aspetterebbe, bensì per pulire a mani nude.

E con mani nude intendo dire senza l’ausilio di nulla, neanche dei guanti.

Crollo emotivo

Tra terzo e quinto giorno cominciarono a consumarsi le prime crisi.

Alcuni prigionieri, ormai talmente calati nella loro nuova veste, ebbero evidenti squilibri emotivi che si manifestarono in accessi incontrollabili di pianto e vaneggiamenti.

Quel che si evince da tali reazioni è che i ragazzi non erano più in grado di distinguere tra realtà ed esperimento, cosicché la “messinscena” iniziale smise di avere la sua proverbiale caratteristica di finzione.

La loro vita era quella da carcerati e i prigionieri lo percepivano veramente, al punto che Zimbardo, parlando con l’ennesimo ragazzo che aveva cominciato a manifestare disturbi, fu costretto a ricordargli che si trattava di un esperimento e che quella non era la vita reale.

Ma ormai il crollo emotivo e di personalità si era consumato totalmente, tanto che le testimonianze ci descrivono una situazione non molto dissimile da quella di un ospedale psichiatrico.

E anche la solidarietà che i prigionieri avevano dimostrato il secondo giorno col tentativo di ribellione era già un lontanissimo ricordo.

Ad esempio, quando uno dei carcerati (una riserva entrata al posto di un ragazzo che aveva dovuto abbandonare l’esperimento) venne spedito in isolamento per ribellione, agli altri le guardie chiesero di fare una scelta:

Se volevano che il loro compagno fosse liberato, allora, avrebbero dovuto rinunciare alle proprie coperte.

Neanche a dirlo, la maggior parte decise di tenersi le coperte e lasciare il ribelle lì dov’era (uno stanzino piccolissimo chiamato “Il buco”).

Esito

Sotto le pressioni dei genitori dei ragazzi e dei giudizi negativi di personaggi che, da fuori, valutavano l’andamento dell’esperimento, Zimbardo fu costretto a interrompere quello studio simulato.

La mattina del sesto giorno lo psicologo dichiarò definitivamente concluso l’esperimento.

Il fatto che tale esperienza, in origine, dovesse durare due settimane fa riflettere.

A indurre Zimbardo a chiudere il carcere furono anche i comportamenti delle guardie, fattisi progressivamente sempre più crudeli e brutali, e sfociati, addirittura, in abusi a carattere pornografico.

Risultati dell’esperimento

Com’è ovvio constatare, Zimbardo fu in grado di dimostrare la propria tesi.

Le persone vengono influenzate in modo decisivo dal contesto in cui sono inserite.

Il fatto che i candidati fossero tutti ragazzi “a posto” e che, nell’arco di pochi giorni si fossero trasformati in vittime completamente assoggettate o carnefici spietati, la dice lunga su quanto il sistema-carcere abbia condizionato il loro modo di comportarsi, prima, e di essere, poi.

Tuttavia, l’esperimento di Zimbardo ci lascia un ulteriore motivo di riflessione.

Il fatto che, tanto i prigionieri, quanto le guardie abbiano deciso di piegarsi a stili di comportamento per loro non usuali e che lo abbiano fatto in maniera repentina, testimonia una volta di più quanto valore abbia, nella nostra società, l’opinione e il pensiero comune.

L’esperimento di Zimbardo non è altro che un esempio estremo e brutale di riprova sociale.

Ogni carcerato, osservando il comportamento sottomesso e rinunciatario dei compagni, non fece altro che adeguarsi a quello stato di cose, finendo per considerarlo immutabilmente e ineluttabilmente consolidato.

Perché quella, ormai, era vista come una realtà e se nessuno reagiva, ma, al contrario, subivano in silenzio, tanto valeva assecondare e accettare in toto quello status.

Dall’altra parte, invece, le guardie.

Anche queste, a loro insaputa, furono soggette al fenomeno di riprova sociale.

Si fecero forza e si spalleggiarono vicendevolmente, scardinando, così, qualsiasi tabù legato alla morale e all’etica del loro operato.

Semplicemente, erano davvero convinte di quel che facevano, e non per qualche tendenza interiore (come detto, il test attitudinale cui erano stati sottoposti tutti quanti non aveva segnalato neanche una personalità deviante) o perché qualcuno avesse impartito loro degli insegnamenti o stili di comportamento, ma solo perché il contesto premiava atteggiamenti simili e, soprattutto, perché ognuno di loro si comportava in quel modo.

E questo è proprio il paradigma base del fenomeno di riprova sociale.

Perché ci interessa?

Per quanto tutto quel che accada all’uomo e, nello specifico, alla mente umana dovrebbe sempre interessare il mondo del marketing, l’esperimento del professor Zimbardo non ci dimostra solo che il contesto influisce sulla personalità, ma costituisce anche un’utilissima finestra attraverso cui osservare il degenerare della riprova sociale (ci arriviamo tra un po’, non temere).

Nel nostro caso, analizzare i comportamenti delle guardie può aiutarci a comprendere i motivi dei comportamenti aggressivi che alcuni utenti hanno sui social.

Abbiamo già analizzato il ruolo degli hater nell’articolo dedicato al brand sentiment, ma non abbiamo affatto spiegato da cosa scaturisce il loro atteggiamento.

Le persone, immerse nel mondo online, sono tendenzialmente più disinibite rispetto a quando si trovano in un contesto faccia a faccia.

Tale fenomeno è stato definito “effetto di disinibizione online”, tra le cui caratteristiche rintracciamo:

  • Anonimità dissociativa: stacco tra vita sociale tradizionale e comportamenti online.
  • Invisibilità: non interagire fisicamente aumenta l’audacia degli utenti.
  • Asincronia comunicativa: dato che, a volte, gli scambi della comunicazione online non avvengono in tempo reale (il botta e risposta), gli utenti hanno margine per organizzare risposte, camuffare o adeguare degli atteggiamenti.
  • Minimizzazione: gli utenti, spesso, non ritengono che le proprie re/azioni online siano esagerate e, soprattutto, credono che il mondo virtuale possa, in un certo senso, proteggerli da ripercussioni dirette.

Quest’ultimo punto è particolarmente d’interesse per noi.

Infatti, esistono diverse categorie di hater.

Ci sono, ovviamente, utenti che per motivi legati a sociopatia, antisocialità o apatia divengono odiatori gratuiti e che scaraventano sugli altri i propri comportamenti aggressivi, ma esistono anche quelle persone che, comunemente, non stenteremmo a definire “normali”.

E sono questi gli individui che ripercorrono fedelmente gli atteggiamenti tipici delle guardie di Zimbardo.

Gente “a posto”, ma resa diversa dal contesto (luogo dell’esperimento, ruolo assunto, divisa indossata ecc.) in cui era inserita.

Ed ecco che, facendo un parallelismo, le guardie sono gli hater e il carcere il mondo online.

Sulla base dell’“effetto di disinibizione online” sopra descritto, gli hater assumono i loro atteggiamenti sadico-aggressivi quando si trovano immersi nell’universo virtuale, che loro percepiscono come “luogo diverso”, dov’è possibile sfogare tutte le frustrazioni e trasformarsi in quel che non si è.

Conclusioni: la banalità del male

È un parallelismo rischioso e forse anche un po’ azzardato quello che sto per fare, ma, di certo, non troppo campato per aria.

Il fatto che le guardie del carcere di Stanford, ragazzi assolutamente comuni, siano stati in grado di raggiungere tale livello di crudezza e malvagità testimonia il pericolo che si cela dietro anche alle maschere più bonarie e benpensanti.

E la facilità con cui ci si può trasformare in carnefici mi ha fatto pensare alle crudeltà naziste dell’epoca del Reich.

Molti episodi che si sono verificati a Stanford ricalcano quelli avvenuti nei campi di sterminio:

  • La denudazione e la sterilizzazione erano un espediente per far perdere il pudore ai prigionieri;
  • Le sigle numeriche annullavano qualsiasi dignità della persona;
  • Il sadismo gratuito creava incertezza e terrorizzava;
  • Il reiterato e sfinente esercizio fisico levava energie;
  • La violenza fisica e quella psicologica smantellavano definitivamente i propositi di ribellione.

E non si pensi che a perpetrare azioni del genere, all’interno dei lager, fossero solo convinti e fanatici nazisti.

Nei campi di sterminio non era strano che dei prigionieri, che si trovavano lì per qualche crimine minore (non di certo gli ebrei, che, essendo tali, erano già macchiati della peggiore colpa), venissero eletti capigruppo.

La cosa che fa paura e ribrezzo sottolineare è che proprio questi, secondo le parole dei sopravvissuti, divenivano i più spietati aguzzini.

E perché, secondo te?

Proprio per il fattore “contesto” evidenziato dalle ricerche del professor Zimbardo.

Magari, all’inizio quegli individui lo facevano per seguire gli ordini, poi per ottenere qualche privilegio, ma, alla fine, venivano permeati dal loro nuovo ruolo, dall’attività stessa del lager e dall’esempio dei colleghi (eccola, la riprova sociale).

In poche parole, finivano per abbracciare in toto quella filosofia, divenendo chi, all’inizio, odiavano.

Ed è vero che mettere in relazione i nazisti e i banali “leoni da tastiera” può sembrare eccessivo, ma i principi psicologici che li accomunano sono i medesimi.

La riprova sociale e il contesto influente sono in grado di trasformare una persona nella sua peggior versione, senza che questa se ne accorga minimamente (lo testimonia lo stesso Zimbardo, che ammette che nei giorni dell’esperimento si sentiva più come un direttore di carcere che come un ricercatore).

Anche un hater, nel caso in cui non sia affetto da comprovate patologie psichiche, è una comunissima persona.

Come lo era anche uno dei funzionari più zelanti del regime nazista: Otto Adolf Eichmann.

Ed è interessantissimo sottolineare il titolo dell’opera di Hannah Arendt, nella quale si trova il resoconto del processo del sopracitato criminale:

“La banalità del male” comprende anche delle considerazioni che si focalizzano sulla personalità di una figura come Eichmann;

Non spietati sanguinari, non ideologi folli e sconsiderati, ma burocrati precisi e meticolosi.

Per intenderci, persone non accese dalla stessa visione di Hitler, e considerabili, in una certa misura, addirittura dei mediocri.

È qui che traspare tutto lo stupore della Arendt:

Come face un individuo simile ad organizzare la deportazione di milioni di persone nei campi di sterminio?

Ed è proprio questo il pericolo maggiore: credere che solo i pazzi possano perpetrare atrocità, quando anche le normali, superficiali e banali persone comuni possono macchiarsi di atti vergognosi.

Le discriminanti sono sempre loro:

  • Contesto;
  • Riprova sociale.

E così come un banale funzionario ha contribuito alla Soluzione finale, un banale impiegato che stacca dal lavoro e, tornato a casa, si siede davanti al computer può diventare il persecutore virtuale di qualcun altro.

Siamo giunti al termine di questo articolo…

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